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IL SALENTO TRA STORIA E ARTE Nel capitolo della storia salentina, non poco ha contribuito l’ambiente fisico:gli ampi litorali di facile approdo per gli invasori,i confini terrestri quasi inesistenti, la mancanza assoluta di grandi altitudini che spesso hanno agevolato avvenimenti bellici. La più antica testimonianza umana che si fa risalire al “Paleolitico medio e superiore”è stata scoperta nella Grotta Romanelli (Castro), grazie a scavi sistematici, e nella baia di Uluzzo ( Nardò). Una significativa manifestazione dell’arte paleolitica,è pervenuta dalla Grotta delle Veneri (Parabita):due statuette muliebri in osso,tipiche per la posizione delle mani raccolte sul ventre.
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In età Neolitica, della pietra levigata e della “grande rivoluzione culturale”, l’uomo impegnò la sua capacità creativa, lavorando anche l’osso e la ceramica creando,cosi, le condizioni per la piena affermazione della successiva età: quella dei metalli. Un contributo di estremo interesse per la migliore conoscenza del Neolitico salentino è stato dato dalla “Grotta dei Cervi” (Porto Badisco) nella quale si è trovato il più grande complesso di pitture parientali dell’arte neolitica europea.
L’età del bronzo fu contraddistinta dalla scoperta della metallurgia col consequenziale perfezionamento degli strumenti per lo più di uso domestico; da un notevole impulso e progresso delle tecniche agricole; dall’incremento demografico;dagli impianti protourbani che si infittivano lungo i versanti costieri. I monumenti più rappresentativi di questa età sono i dolmen e i menhir.
Quale fosse il tessuto etnico del Salento non è facile stabilirlo. Si sa che a partire dal VI secolo a.C., approdò un contingente dall’altra sponda dell’Adriatico e, precisamente,dall’Illiria:la dirimpettaia con la quale il contatto è stato continuo sin dall’età Neolitica. Tutta la regione pugliese si chiamò Japigia (divisa in Daunia, Peucetia e Messapia), poi il termine si restrinse fino a configurare soltanto il Salento e “Messapioi” i suoi abitanti, cioè il popolo “situato tra due mari”. Testimonianze del periodo messapico:iscrizioni litiche, corredi funerari, vasellame,armi,utensili si possono vedere nel Museo Archeologico Provinciale di Lecce. Quasi contemporanea all’emigrazione dei Messapi fu, secondo la leggenda,quella di un gruppo proveniente da Creta, inseritosi nelle costumanze di un gruppo etnico indigeno, tanto da sostituirlo e fondare, successivamente, alcune colonie di importanza strategica come Hydruntum (Otranto). La presenza dell’elemento cretese nella Japigia non è da sottovalutare;il Salento, infatti, si dimostrò, più aperto e meglio beneficiato dalla cultura greca che dal VII secolo a.C si introdusse nella penisola. A differenza del fenomeno della grecizzazione che, però, non riuscì ad unificare culturalmente la penisola salentina, la conquista romana e la latinizzazione furono fenomeni più incisivi e duraturi e trovarono riscontro nella lingua, nelle istituzioni,negli ordinamenti civili e militari,nelle lettere e nelle arti. Sotto l’impero di Augusto quando l’Italia fu divisa in undici regioni, il territorio salentino entrò a far parte della “regio seconda”, Apulia e Calabria, intendendo con quest’ultima, la penisola salentina.
Fu questo il periodo che registrò l’ulteriore e definitivo consolidamento del processo di unificazione delle diverse tradizioni culturali ed istituzionali col conseguente abbandono delle lingue indigene e del greco, a favore del latino. Durante il conflitto fra i Longobardi di Benevento ed i Bizantini i quali, com’è noto, si erano sostituiti ai romani, dopo la caduta di Ravenna (VII secolo), il Salento, per la sua fedeltà all’impero d’Oriente, cominciò a decadere. Circa nello stesso periodo scesero in questo estremo d’Italia e sul litorale circostante, i primi Calogeri,monaci Basiliani, per sfuggire alle persecuzioni di Leone III l’Isaurico che aveva emanato il famoso decreto contro il culto delle immagini (“iconoclastia”) e contro coloro che rimanevano fuori di esso. I Basiliani si raggrupparono in cenobi,scavarono nella roccia tufacea i loro rifugi, consistenti in rozzi ambienti, in modeste chiese dette “laure” delle quali il territorio salentino conserva numerosi esempi. È solo verso l’888 che i Bizantini furono di nuovo in Puglia e, quando la completa vittoria di Basilio sull’imperatore di Germania consolidò il dominio di Bisanzio nel Mezzogiorno (982),i Bizantini rappresentarono nel Salento e nel resto della Puglia la potenza preponderante. Cessò la lingua latina;l’arte e il costume greco ebbero piena diffusione. Per mezzo dei monaci Basiliani fu diffuso il rito greco e, insieme al potere religioso,si estese anche quello politico. All’ombra delle abbazie i monaci introdussero nel Salento,insieme a nuove tecniche agricole, nuove culture;intrapresero la bonifica delle terre incolte ed adottarono il sistema della “masseria”:un centro agricolo autosufficiente;istituirono fiere e mercati;istruirono gli analfabeti,crearono centri di studio dai quali la cultura si irradìo in tutto il Salento. Alla cultura bizantina si sovrappose l’organizzazione feudale normanna che, nel Salento,durò circa duecento anni. La conquista normanna avviò il processo di occidentalizzazione che avrebbe modificato la geografia amministrativa bizantina. Sorsero i grossi patrimoni feudali e le città fortificate;si ristabilirono nuovi rapporti con le città marinare e l’Oriente,e, tra il clero greco e quello latino,si determinarono condizioni di convivenza pacifica. Rappresentata da Carlo d’Angiò, la nuova dinastia si sostituì a quella normanno-sveva,senza incontrare alcuna resistenza. Essa si contraddistinse dalla precedente per un nuovo intervento:l’integrazione dei baroni locali con elementi francesi,come affermazione dell’assolutismo regio.Dopo il periodo normanno;Lecce divenne capitale di una potente contea, vasta quanto un regno,per il matrimonio di Raimondello Orsini, conte di Soleto e principe di Taranto, con Maria d’Enghien contessa di Lecce. Abolito il “giustizierato”,che era un tribunale regio,l’Orsini – che per il suo indomabile spirito di indipendenza non tollerava di essere vassallo del Re e quindi di amministrare la giustizia in suo nome, fondò nel 1402 il “Concistorium Principis”e, pertanto, si emancipò dalla giustizia regia. Successivamente,con la pace conclusa nel 1462 fra Giov.Antonio Orsini e Re Ferrante I d’Aragona, fu stabilito che il Principe “potesse tenere la giurisdizione sopra tutti i baroni esistenti entro il suo principato, senz’altra appellazione al Re”. Ne seguente anno,1463,in occasione di una sua visita a Lecce,il Re Ferrante determinò di trasformare il vecchio tribunale feudale in “Sacro Regio Provincial Consiglio”,con giurisdizione non soltanto sulla provincia di Lecce, ma anche su tutto il resto della Puglia e parte della Basilicata,corrispondente all’attuale provincia di Matera,e fino al 1664,distretto di Lecce. Dopo l’estinzione dei conti di Lecce, a capo di questa amministrazione fu preposto il figlio del Re Ferrante, Federico, che nel 1496,divenne Re e che dimorò in Lecce, più o meno ininterrottamente fino al 1487. Lecce,in conseguenza del suo privilegiato e speciale stato giuridico che già aveva dal tempo della Contea;divenne anche capoluogo politico ed amministrativo delle provincie di Bari e di Foggia, nonché di Matera. Questo importante privilegio fu poi confermato dai successivi sovrani Carlo V e Filippo II. Tristemente famoso fu,nel 1480,l’assedio subito da Otranto da parte dei Turchi che, se non incoraggiati, almeno col consenso della Repubblica Veneta, in contrasto con gli Aragonesi,si spingevano alla conquista dell’occidente. In quel massacro, oltre alle migliaia di soldati immolatisi per la difesa dell’Italia e della crisitinità,ottocento otrantini inermi subirono il martirio per non aver abiurato la religione cattolica.Dopo tale tragica esperienza l’intero territorio salentino, ormai governato dagli spagnoli,venne munito da imponenti opere di fortificazioni.Quello spagnolo fu un governo caratterizzato dalla corruzione morale, dall’assurdo fiscalismo, dalla pompa esteriore. Lo stesso clero che cercava di vincolare a sé la popolazione attraverso la sontuosità, non ricambiava se non con la corruttela. Bisognò aspettare Giuseppe Bonaparte che, conquistato il Regno della Due Sicilie,attuò una serie di riforme tra cui l’abolizione della feudalità e l’istituzione delle scuole.Si godette, insomma,una relativa pace, fino a che la fortuna accompagnò la famiglia napoleonica. Infatti,una volta tramontata la stella di Napoleone, il Regno tornò ai Borboni e l’opposizione fu immediata:sorsero le Carbonerie, divise tra quelle progressiste e quelle conservatrici. Nella provincia di Lecce i carbonari furono circa un migliaio,divisi in 33 “vendite”. A Lecce ve n’erano sei, chiamate “ dell’Idume”. In campo artistico all’immaginazione barocca successe la ideazione neo-classica. L’arte non aveva più una funzione religiosa e didascalica,ma serviva ad educare civilmente la collettività.Con la nascita della borghesia anche l’arte aveva una nuova e diversa funzione. A Lecce il periodo neoclassico coincise con la creazione di nuove zone a carattere residenziale e con la necessità di uscire fuori dagli stretti confini urbani.Le zone valorizzate da questa ventata rivoluzionaria sono gli attuali viali, perimetrali al centro storico in cui predomina lo stile “floreale” che, in pratica,ripropone tipologie rinascimentali,moresche,romantiche ,gotiche.
Tratto da “la civiltà del Salento”
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