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LE TRADIZIONI
Oggi con l’introduzione dei mass media, la scolarizzazione, l’influenza della società moderna del consumismo,le antiche leggende e le tradizioni non vengono più tramandate da padre a figlio come una volta;di queste ne rimangono solamente dei ricordi e delle immagini sbiadite che tendono pian piano a scomparire del tutto.
L’ABITINO
Questo era un abito sacro che veniva fatto indossare ai bambini ( i santini) per ringraziare il Santo o la Madonna per qualche grazia ricevuta. L’abitino richiamava quello del Santo al quale ci si era rivolti per chiedere un intervento positivo. Era insomma una sorta di ex voto vivente,una singolare rappresentazione di ringraziamento per le grazie ricevute dal Santo. L’abitino più diffuso tra i bambini era senz’altro quello dedicato a Sant’Antonio.
IL CARNEVALE
Il Carnevale è una tradizione ed un appuntamento irrinunciabile,un misto di gioia ed allegria cui molti paesi non riescono a farne a meno. Ragazzi che,si ritrovano ogni sera ad impastare cartapesta, a modellarla,a scegliere il colore,la forma e l’espressione del volto, incuranti del tempo che trascorre veloce e degli impegni,soprattutto scolastici,per vedere poi il proprio carro premiato da giurie di esperti arrivate anche da paesi lontani. La parola carnevale deriva da “carmen levare”,tradizione medioevale di consumare un banchetto di addio alla carne la sera precedente, il mercoledì delle Ceneri saziandosi fino alla nausea prima del digiuno quaresimale,ed è la festa in cui ognuno si dà al tripudio ed alla gozzoviglia in un clima festoso che inizia il giovedì grasso e raggiunge il massimo del divertimento negli ultimi tre giorni. L’aspetto più caratteristico del carnevale sono le maschere il cui nome deriva da longobardo “masca”, cioè anima di morto,motivo per cui la maggior parte delle maschere sono di colore nero. Vi è inoltre il richiamo ad una rappresentazione del diavolo:infatti l’abito del diavolo tutto rosso,con le corna in testa,con la coda lunga, con la frusta e con la maschera nera è uno dei più usati in occasione di sfilate o feste di carnevale. Oggi invece,il Carnevale è diventata un’occasione per fare sfoggio di eleganti vestiti che indossano bambini e grandi per partecipare alle numerose sfilate di carri allegorici per le vie dei paesi al suono assordante di musica. Le serate si concludono con le premiazioni del carro più bello e delle maschere più bizzarre e con tanto di fuoco d’artificio e divertimento a suon di musica e balli fino a notte fonda. Molte località del sud Salento (Andrano, Casarano,Taurisano,Supersano, Gallipoli) sono divenute famose per le diverse manifestazioni dedicate al Carnevale;appuntamenti diventati irrinunciabili,che si svolgono ormai da diversi anni coinvolgendo,nonostante molte difficoltà che si possono incontrare nell’organizzazione dell’evento,una moltitudine di gente giovane e anche di età avanzata.
LA CAREMMA
La maremma era un fantoccio di paglia a forma di donna seduta su una logora sedia,posata sui bordi delle terrazze,vestita di nero con nella mano destra un filo di lana con la canucchia e un fuso e nella mano sinistra un’arancia (o una patata) con dentro conficcate sette penne di gallina. Veniva esposta con la morte del Carnevale (suo figlio morto con la polpetta in bocca per essersi ingozzato troppo)di cui ne piangeva la scomparsa nel primo giorno di Quaresima (da qui il nome maremma) che corrisponde al mercoledì delle ceneri cioè il periodo di quaranta giorni che precede la Pasqua di Resurrezione. Il colore nero dei vestiti era segno di lutto,il filo al fuso il tempo che scorre,l’arancia rappresentava la sofferenza e le sette penne conficcate,le settimane quaresimali che mancavano per l’arrivo della Pasqua. Ogni settimana toglieva una penna dall’arancia e questo sistema diventava anche un modo un po’ rudimentale di conteggiare “il venire” della Pasqua. La penna rappresentava la metafora del dolore,della privazione e del sacrificio;in questo periodo,infatti,erano vietate celebrazioni di altre feste ed era dedicato al digiuno,alla devozione e alla preparazione per la Resurrezione del Cristo. Alla fine del periodo,quando veniva tolta l’ultima penna,anche il filo da essere era finito e l’arancia appassita;allora la caremma veniva preparata per il rito finale:si toglieva dal terrazzo e veniva appesa ad un filo e ad un palo per essere poi incendiata a mezzanotte,quando cioè suonavano le campane per annunciare la Resurrezione.
NATALE E I PRESEPI
Nel Salento le festività religiose sono accompagnate da manifestazioni che sono un misto tra sentimenti di devozione e tradizioni che si fondono soprattutto nell’approssimarsi di alcuni periodi più attesi dell’anno,come le festività natalizie. Lo spirito profondo e operoso dei salentini emerge in un “pullulare” di manifestazioni per ricordare la nascita di Gesù di Nazareth. In questo periodo le donne, con orgoglio,mettono in atto la loro bravura preparando piatti prelibati,utilizzano le antiche ricette che si tramandano, quasi segretamente, da madre in figlia e che puntualmente riscoprono nei giorni precedenti il Natale. Spiccano tra queste tradizioni culinarie le croccanti pittule fritte nell’olio,i porceddhuzzi e le carteddhate che,nella fantasia popolare,hanno il significato di rappresentare le lenzuola che non aveva Gesù Bambino. Il momento più importante che simboleggia il calore familiare è la cena della Vigilia di Natale,quando, per tradizione,venivano servite a tavola nove pietanze diverse tra vermiceddhi,baccalà,piatti di verdure,insalata per concludere poi con noci,mandorle,olive,fichi secchi,mandarini il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino locale.
Il popolo salentino aveva un vero e proprio culto per il focolare domestico che ha da sempre rappresentato l’idea di pace e riposo dopo il duro lavoro nei campi,oltre che il simbolo di comunione e di affetti tra le persone che si amano. Anticamente,infatti,soprattutto nelle campagne,ogni notte si conservava acceso un tizzone sotto la cenere che serviva poi per accendere il fuoco il giorno successivo.Nella notte di Natale, però,era tradizione che la fiamma ardesse ininterrottamente per riscaldare il Bambinello che stava per nascere;ecco perché,per questa occasione,venivano riservati i tronchi d’albero più grossi e pesanti che fossero in grado di illuminare la casa per tutta la notte. Era credenza che il ceppo acceso la notte di Natale fosse utilizzato per fugare malattie,calamità e grandine. La cenere prodotta dal ceppo veniva poi sparsa nei campi per propiziare un raccolto abbondante.
Altra tradizione natalizia era la preparazione del presepe che veniva allestito sia dai ricchi che dai poveri ognuno secondo le proprie possibilità. Il presepe poteva occupare un’intera stanza oppure una piccola panca posta in un angolo della casa.Ogni presepe era comunque contornato da frutta squisita in attesa di essere gustata dal Bambinello. Ancora oggi, in molte case si costruisce il presepe,quello salentino è di terracotta o di cartapesta ricoperto di muschio,con monti e valli,laghetti e burroni,alberi e cascate,il tutto circondato da angeli sospesi, castelli,casupole di pastori che con le loro pecorelle si recano a rendere omaggio,nella Sacra Grotta, a Gesù bambino che giace su un cuscino di paglia con a fianco la Madonna e san Giuseppe e alle spalle il bue e l’asinello. Non mancano poi i Re Magi,con i loro cammelli carichi di doni per rendere omaggio al nuovo Re. Il tutto è annunciato da una grossa stella che viene posizionata nel punto più alto che,solitamente coincide con l’albero di Natale addobbato con palline colorate e illuminato da mille luci variopinte. Nel Salento sono numerose le iniziative folcloristico-religiose che cercano di reinterpretare il mistero della Natività;la tradizione salentina vive attraverso le tante manifestazioni religiose che esprimono tutto il carattere sociale della popolazione;i riti,le feste,che ritornano ogni anno con l’intento di rinnovare la storia e la realtà di questa terra cercando di comunicare, ai visitatori,tutti i valori della cultura contadina che spesso la quotidianità nasconde dietro a bisogni apparentemente più immediati,legati soprattutto alla crescente industrializzazione.
LA FOCARA
A proposito del Natale, una particolare caratteristica di questa festa sono le “focare” o “focareddhe” che vengono accese il giorno della vigilia con lo scopo ben preciso di riscaldare il Bambino Gesù che sta per nascere. Il fuoco,considerato un elemento purificatore,viene acceso in onore di Dio,come segno di riconoscimento nei confronti della sua glorificazione. In alcuni paesi del Basso Salento, la preparazione della focareddha iniziava molto tempo prima del Natale quando,specialmente i ragazzi,si impegnavano per accumulare legna di ogni genere,raccolta nelle vicine campagne dopo che i contadini facevano le “sarcine” con i rami delle viti e degli ulivi. Gli elementi che definivano la focareddha più bella erano la perfezione della forma,la grandezza, la varietà e l’allegria della compagnia,l’abbondanza,la qualità del cibo e la bontà del vino che venivano offerti ai presenti e agli ospiti arrivati da paesi diversi. Si ritiene che le focare rappresentino la stella cometa che annuncia all’umanità la venuta del Redentore,di cui San Giuseppe ne è il padre putativo,costretto a cercare aiuto sin dalle prime doglie di Maria per cercare un luogo dove far nascere il Figlio. Le focare,infatti, non servono né a riscaldare né a cuocere,né a produrre carbone,ma sono segni di gioia e di festa collettiva che vede nel fuoco del falò l’energia Divina che infonde entusiasmo,riflessione,e preghiera in ognuno di noi. Quando la focara stava ormai per spegnersi,la gente correva a prendere un po’di “fuoco” e portarselo a casa, per pura devozione; conservava la cenere per essere esposta durante i temporali. Oggi tutto questo è ormai tramontato,ciò che ne resta è una festa che raduna intorno a sé tutti i cittadini di paesi vicini.
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