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LA TERRACOTTA
Non si lasci ingannare chi si accosta alla gamma di oggetti te crita,di terracotta,che viene presentata durante i mercati settimanali,nelle esposizioni permanenti o in occasione di fiere e sagre popolari.Si tratta di un campionario necessariamente sintetico che presuppone una produzione più ampia. Perché si abbia idea del vasto repertorio di terre cotte e di ceramiche salentine è consigliabile visitare le botteghe artigianali, autentici depositi di vasellame e oggettistica varia,di acquasantiere,statuette dl presepe,mattonelle e cosi via. Cutrofiano,Lucugnano,S.Pietro in Lama,Tricase,Ruffano con la vicina frazione di Torre Paduli, Taurisano sono i centri più rappresentativi della terracotta salentina. CENNI STORICI
Nell’attuale Salento,la lavorazione della terracotta,favorita dalla presenza nel sottosuolo di terre argillose,risale ad epoche remotissime;gli esemplari più antichi conducono alla popolazione dei Messapi,che,colonizzando questo territorio nel V-IV secolo a.C., introdusse insieme alla propria lingua e alle proprie consuetudini,una straordinaria capacità di modellare la creta. Di queste genti originarie,stanziatesi nell’attuale area archeologica di Rudiae,rimangono le trozzelle,caratteristici vasi con coppie di rotelle applicate all’attaccatura delle anse nastriformi del collo e del corpo rotondeggiante,che richiamano le carrucole poste sopra i pozzi,segnalate nel dialetto locale trozze o trozzelle o truzzelle. L’attività figulina è stata peculiare,oltre che in molti centri del Salento,nel capoluogo,dove è cessata definitivamente e il ricordo rimane nella denominazione popolare delle vie:a Lecce,nelle vicinanze della Basilica del Rosario,vi era l’isola delli scotellari e tuttora esiste la via dei figuli (volgarmente detta la curte longa, corte lunga) che,fino al 1830,ha ospitato le botteghe dei vasai.
PROCEDIMENTI TECNICI
Opportunamente depurata dai corpi estranei – benché in commercio si trova “pronta per l’uso” – la creta viene tenuta costantemente umida;prima di lavorarla al tornio a pedale,azionato col movimento del piede,il figulo prepara tante “pagnottine”,di varia misura,secondo le dimensioni degli oggetti che deve realizzare e che sono sempre di forma arrotondata. Eseguito l’oggetto,lo lascia asciugare all’aria o al sole e, successivamente, lo cuoce,infornandolo ad una temperatura che raggiunge gli 800-900 C. Alcuni figuli,prima di infornare,per schiarire la terracotta,usano spennellare uno smalto a base di caolinite,detto ingobbio. La temperatura del forno,soprattutto di quello tradizionale, merita una particolare attenzione perché un’alimentazione errata può rovinare il ciclo lavorativo, quindi gli oggetti stessi. L’antico forno è detto a pignone ed è costituito da due locali:uno interrato,adibito a fornace,ed un altro superiore dove vengono sistemati gli oggetti da cuocere.Il forno, non si apre subito,ma dopo almeno 24 ore cosi da consentire agli oggetti divenuti incandescenti,di raffreddarsi all’interno pian piano.Dopo aver svuotato il forno,l’artigiano procede alla decorazione degli oggetti, adoperando gli smalti che conferiscono brillantezza soprattutto dopo la seconda infornata.Il figulo,oltre alle mani,adopera diversi arnesi,per esempio: la corda di chitarra per tagliare a pezzi la creta e per staccare dal piano del tornio l’oggetto finito;la spatola di legno per una rifinitura esterna dell’oggetto;la spugna di mare per bagnare l’oggetto e levigarlo,il coltellino sagomato,le costole di cavallo per togliere l’oggetto dal tornio senza toccarlo con le mani.
L’ARTE DELLA TERRACOTTA
L’artigianato figulo,faceva fronte alle esigenze della società tradizionale realizzando oggetti e utensili funzionali alle attività domestiche e lavorative. Ma non soltanto;si pensi alle cupole delle chiese,rivestite di maioliche policrome i cui colori predominanti sono il verde degli oliveti,il giallo dei limoni e l’azzurro del mare. Tra i contenitori che non potevano mancare in cucina vi era la capasa, con i derivati capasieddhru e capasune recipiente alquanto rigonfio, ansato,solitamente smaltato,che consentiva di estrarre facilmente il contenuto. Lu capasune, è molto più grande e può contenere liquidi come il vino fino a 250 litri.Sempre panciuto, ha il collo stretto e molto aperto,è invetriato di dentro e di fuori;ad una ventina di centimetri dal fondo del recipiente,è situata la bocca di scarico,chiusa da un turacciolo,la cosiddetta spinula. Talvolta le bocche erano due:una per spillare il vino e l’altra per scaricare la feccia.Sono la terra e il sole,mani abili e menti fantasiose a creare,da millenni,questi oggetti che si ritrovano nelle case del Salento e non solo. Dalle pignatte,ai piatti,bicchieri,fischietti e soprammobili,la lavorazione della ceramica ha fatto un’arte che racchiude il fascino nella semplicità, a dar vita ai “pupi”dei mille presepi salentini.Si ripensa,a quest’arte,quando nelle trattorie,la cucina tipica della tradizione culinaria,viene servita in piatti decorati a mano con quell’inconfondibile fiorellino blu o con il gallo.
Un’arte che trova forza nella semplicità degli elementi,nell’umiltà dei prodotti,in una tradizione cosi salda da incontrare ancora uomini che lavorano il tornio a pedale.Così chiunque voglia, può conservare nelle proprie case l’odore del sole,il calore della creta, in piccoli oggetti,sottratti allo scorrere del tempo.
Miniatura in terracotta Capase in terracotta
Alcuni testi sono tratti da “Artigianato nel Salento” Rosella Barletta |
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