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IL DIALETTO SALENTINO LE CARATTERISTICHE DEL DIALETTO SALENTINO Il salentino ha evidenti affinità con il calabrese e con la lingua siciliana, mentre si differenzia nettamente dal resto dei dialetti pugliesi. Il dialetto salentino conserva inalterati la gran parte dei fonemi latini. Da un punto di vista sintattico, al pari di tutti i dialetti italiani meridionali estremi, il salentino possiede due complementatori distinti "cu" e "ca" (dal latino quod/quid e quia) che traducono l'italiano che. Si utilizza cu per introdurre frasi ingiuntive, volitive o ottative (m'è dittu cu bau: "mi ha detto che devo andare / mi ha detto di andare"); in questa costruzione è evidente l'influenza greca/bizantina (να + congiuntivo), tanto più che non esiste la corrispondente costruzione romanza col verbo all'infinito. Il complementatore ca viene utilizzato negli altri casi (m'è dittu ca stàe buenu: "mi ha detto che sta bene"). Nel Salento, tra Ostuni, Ceglie, Taranto a nord, e Grottaglie, Francavilla, San Vito a sud cade la linea di confine fra le due grandi famiglie dei dialetti dell'Italia meridionale. Il dialetto salentino (talvolta ritenuto lingua e non dialetto) è molto diverso da quelli della Puglia centro-settentrionale: a differenza di questi ultimi, appartenenti alla tipologia dei dialetti italiani meridionali, esso è classificato come meridionale estremo e costituisce una variante della lingua siciliana, molto simile in particolare al siciliano orientale. Esemplare, a tal proposito, la confusione su cui giocò il cantante e attore Domenico Modugno, cresciuto a San Pietro Vernotico, che per lungo tempo fu considerato siciliano e per tutta la carriera interpretò personaggi siciliani al cinema e in teatro. Le principali differenze tra il dialetto salentino e il pugliese riguardano tanto la fonetica quanto l'aspetto lessicale e della costruzione periodale. Tale costruzione influenza anche il cosiddetto "italiano regionale", ad esempio, con la tendenza a porre il verbo alla fine della frase ("Chi è?" "Io sono") e, nell'area di Martano, ad utilizzare (come in Sicilia e Calabria Centro-Meridionale) un unico tempo perfetto per le azioni finite, indifferentemente da quanto tempo è passato dallo svolgimento dell'azione, cioè senza distinguere tra passato prossimo e passato remoto (esattamente come il perfetto del latino). Tale tempo perfetto possiede terminazioni simili al passato remoto italiano, per cui è quasi sempre erroneamente confuso con questo (se fosse "remoto" dovrebbe riguardare solo azioni compiute da un tempo, appunto, remoto). Ad esempio: "Che dicesti?" per "Che hai detto?". Per quanto riguarda la fonetica, nel dialetto pugliese tutte le vocali, ad eccezione della a protonica, hanno perduto ogni vivacità di colore accostandosi alla e muta francese, mentre le vocali accentate sono diventati dei dittonghi dalle tinte svariate. Nel salentino invece non ci sono vocali indistinte (sistema pentavocalico); la o si è chiusa quasi sempre in u, mentre la e accentata in i. È inoltre possibile operare una distinzione tra dialetto leccese e dialetto brindisino: in quest'ultimo anche la "e" non accentata (in particolare quando è in finale di parola) viene resa sempre con "i" (lu mari invece di lu mare), il gruppo "ll" viene reso con "dd" (cavaddu) anziché con il corrispondente suono invertito "??" (leccese cava??u), il gruppo latino "str" rimane pressoché inalterato, mentre nel leccese viene reso con "sc" ("nostro" in brindisino è nueštru, in leccese nesciu), si nota la tendenza a troncare i verbi all'infinito, mentre il leccese si contraddistingue per non troncare mai le parole (anzi nel completare con una vocale anche gli apporti stranieri terminanti in consonante, come càminu per camion). Nel leccese infine non viene quasi mai pronunciata la lettera "v" (uluntà in luogo di vuluntà); in caso di incontro tra due vocali (specialmente se identiche) viene sostituita da una b (betacismo): addù sta' bbài?, "dove stai andando?". Il dialetto tarantino, solitamente classificato come appartenente ai dialetti pugliesi, insieme al barese ed al foggiano, è parlato a Taranto ed in alcuni comuni della provincia a nord-ovest del capoluogo, esterni al Salento. Allo stesso modo, in provincia di Brindisi, i dialetti parlati a Ostuni, Ceglie Messapica, Villa Castelli e San Michele Salentino (oltre a quelli di Fasano e Cisternino) sono da ritenersi pugliesi, con delle influenze salentine più o meno marcate. IL DIALETTO SALENTINO IERI E OGGI Il dialetto salentino si presenta carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori che si sono susseguite nei secoli: greci, romani, bizantini, longobardi, arabi, normanni, francesi, spagnoli, albanesi, slavi. Si tratta, ad ogni modo, di una parlata romanza, che in tutto il medioevo fu contrapposta ai dialetti ellenofoni, diffusisi a seguito dello stanziamento di greci nella regione favorito dall'Impero Bizantino. Tali parlate diedero vita per secoli ad una sorta di area bilingue, di cui oggi abbiamo ancora testimonianza nell'area della Grecìa Salentina. Ultimamente la riscoperta del dialetto locale è stata favorita dalla proliferazione di premi letterari e dal formarsi di numerosi gruppi musicali che mescolano, con successo, i ritmi del reggae e del dialetto salentino. In particolare la pizzica, le cui strofe narrano momenti di lavoro collettivo, stati d’animo,amori.., è cantata in dialetto locale.  I DETTI SALENTINI Motti allegri e ironici oppure seri, modi di dire facili al riso,preoccupati o metaforici,piccoli spaccati di vita, frutto comunque di sapienze ed esperienze secolari, briciole di saggezza;è proprio a questo ricco patrimonio, figlio della tradizione orale cui appartengono i detti e i proverbi salentini. | DETTO chiove a su i ricchi e a su i poveri, allu stessu modu, sulamente ca i ricchi tenine lu mbrellu. | TRADUZIONE piove allo stesso modo sui ricchi e sui poveri, solo che i ricchi hanno l'ombrello | | li guai te la pignata li canusce la cucchiàra ca li òta; | i guai della pentola li conosce il mestolo che li gira | | a ddhru nun c'è misura, de certu nu dura; | dove non c'è misura di certo non dura | | pane moddhre e liuna siccata, povera casa rruvinata; | pane morbido e legna secca, rovina della casa | | ci spera te rricchire intra l'annu, mpuverisce allu mese; | chi spera d'arricchire nell'anno, impoverisce nel mese | | lu nnamuratu se canusce all'occhi, lu sfatucatu allu stinnicchiamentu; | l'innamorato lo si conosce dagli occhi, lo sfaticato dallo stiracchiamento | | ogni petra azza parite; | ogni pietra serve ad alzare il muro | | a ddrunca rrivi, mpizza u zzippu. | dove arrivi mettici un segno | | se pìjane cchiù musche cu nu nzìddhru te méle ca cu na ùtte te féle; | si prendono più mosche con una goccia di miele che con una botte d'aceto | | contadinu: capìddhri cùrti e cervéddhru fìnu; | contadino: capelli corti e cervello fino | | ci me da pane chiamu tata; | chiamo padre chi mi da da mangiare | | ci te òle bene te face chiangìre, ci te òle male te face ritìre; | chi ti vuol bene ti fa piangere, chi ti vuol male ti fa ridere | | quiddhru ca nun boi pé tie all'addhri nu fare; | non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te | | nun te mpicciare, nun te ntricare, nu fare bene ca trovi male; | non t'impicciare, non t'interessare, non fare bene che trovi male | | ci pecura te faci, lu lupu te mancia. | se ti fai pecora il lupo ti mangia | | finu a Natale, né friddu, né fame, te Natale a nnanzi, tremane puru li pariti ca stannu vacanti. | fino a Natale, né freddo, né fame, da Natale in avanti tremano anche i muri che sono vuoti | | i sudori d'estate su tesori de iernu; | i sudori d'estate son tesori d'inverno | | te santu Martinu ogni mustu diventa vinu; | a S.Martino ogni mosto diventa vino | | quannu nc'è oju e sale tutta l'erba ete comu pane. | quando c'è olio e sale tutte le erbe sono come il pane |
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