ANTICHI MESTIERI Quello degli antichi mestieri è un viaggio nel passato salentino fatto di lavori “semplici” dove gli uomini vivevano di poco, lavorando con intensa passione e amore,con sapienza e umiltà per sfamare la numerosa famiglia. Nei tempi che corrono, viviamo circondati da persone capaci di risolverci qualsiasi problema; tanti gli agi e le comodità.L'evoluzione della tecnologia è all’insegna di un consumismo tale da far sembrare “gli antichi mestieri” una serie di personaggi che a raccontarli sembrano delle favole antiche, dei frammenti di vita ormai svaniti ripercorreribili ,ogni volta, soltanto con i ricordi. Tra le antiche occupazioni salentine ricordiamo "l'ombrellaru" (l'ombrellaio), "lu cantastorie" (il cantastorie), "lu cutimaru" (il vasaio), "lu cazzafricciu" (lo spacca-pietre), "lu mpagghiasegge" (l'aggiusta-sedie), "lu ferracavalli" (il maniscalco), "lu uttaru" (il costruttore di botti), “lu vannisciaturu”( il banditore), “lu ‘mmula forbici (l’arrotino) e tante altre che, col passare del tempo, sono entrate nella cultura di questa terra. OMBRELLARU
L’ombrellaru era un uomo che si faceva vedere, in periodi ben precisi e cioè prima e durante i periodi delle piogge. Vestiva quasi sempre molto male ma serviva per proteggerlo dalla pioggia e per lavorare in modo più libero e comodo. L'ombrellaru era munito di un'attrezzatura costituita da pinze, filo di ferro, stecche di ricambi, pezzi di stoffe, aghi, filo, spaghi di vario genere che custodiva in una cassetta di legno sulla quale sedendo durante il lavoro, armeggiava con pinze e arrangiava su tela fino a far funzionare nuovamente gli ombrelli delle famiglie; dato le cattive condizioni economiche erano tali da permettersi l'acquisto di un solo ombrello per famiglia, si preferiva risparmiare. CANTASTORIE
Il cantastorie era conosciuto negli anni antecedenti la prima guerra mondiale;il suo scopo era quello di far venire a conoscenza alle persone del paese, fatti relativamente importanti;dalle curiosità, ai fatti reali di cronaca e agli omicidi. Egli girava per le piazze del paese e con l'aiuto di un cartellone, dove vi erano rappresentate le scene della narrazione e con un sottofondo musicale,si serviva di un altoparlante per raccontare fatti accaduti o leggende.Dopo aver terminato la rappresentazione e dopo aver capovolto il cappello,chiedeva l'offerta e poi ripartiva alla volta di altri paesi. CUTIMARU  Tale mestiere, risalente ad oltre venti secoli prima di Cristo, rappresentava coloro che lavoravano la creta utilizzando tecniche molto antiche. Lu cutimaru svolgeva tutta la sua attività con le mani, impastava, modellava, cuoceva ed infine decorava. Per modellare gli oggetti spesso usava il tornio, strumento formato da due ruote sovrapposte, messe in movimento con la spinta del piede, e per cuocerli utilizzava un forno, di frequente costituito da due locali posti uno sull'altro. Oltre al tornio e al forno li cutimari per il loro lavoro usavano una corda di durezza per tagliare i pezzi di creta (o per staccare l'oggetto finito dal tornio) e una spatola di legno per bagnare e levigare l'oggetto senza toccarlo con le mani.Questi prodotti, fatti di argilla, incarnavano un aspetto importantissimo dell'artigianato salentino.Tale tradizione si radicò in questo territorio nel VIII secolo a.C., grazie ad alcune tribù che dalla Grecia giunsero sulle coste del Salento. CAZZAFRICCIU  Lu cazzafricciu svolgeva un lavoro molto umile e faticoso; seduto per terra e servendosi di un grosso martello spaccava ogni singolo masso di pietra fino a ridurlo a breccia minuta, la quale poi ,sarebbe servita a sistemare strade e viottoli. Il lavoro era monotono e le giornate per il povero spaccapietre passavano tutte nello stesso modo, mai un commento o uno scambio di parole, ma solo duro lavoro e tanta fatica. MPAGGHIASEGGIE  Un tempo, la sedia, era parte importante nell’arredo della casa delle famiglie. Questa, oltre alla solida struttura in legno aveva la parte in giunchi di paglia. Capitava, talvolta, che, a causa del continuo utilizzo, tali filamenti naturali cedessero. Si ricorreva così "allu magghiasegge" il quale, con una bisaccia a tracolla, colma di giunchi di diverso colore e di attrezzi, girava a piedi nel paese sperando che qualcuno chiedesse i suoi servigi. A seconda delle richieste che gli venivano fatte “lavorava” anche le spalliere delle sedie e dava del colore sulla parte.Il suo era un lavoro che esigeva silenzio e calma. FERRACAVALLI  Ormai è diventato molto raro vedere un cavallo tirare l’aratro, un asino tirare la trainella, un mulo tirare un carretto.Un tempo erano molte le famiglie che avevano la stalla attaccata all’abitazione o all’interno di essa e moltissimi si servivano dei cavalli per spostarsi da un luogo all'altro. Il maniscalco o “ferraciucci” ,oltre a costruire e ad applicare gli zoccoli agli animali aveva una vasta conoscenza sulla loro anatomia, sui loro diversi comportamenti, sul modo di operare durante la ferratura. I maniscalchi iniziavano a lavorare molto presto la mattina. Si posizionavano dietro il deretano del cavallo, sempre attenti a scostarsi quando esso scalciava. UTTARU
Lu uttaru era uno dei mestieri poco noti, chi lo esercitava conosceva bene sia le tecniche che l’uso dei materiali. Si tratta della costruzione di botti dove, molto tempo fa, si conservava il vino. Il legno più adatto per meglio conservare sia l’aroma che il colore era il rovere o il castagno. Dai tronchi ricavavano delle doghe le quali venivano prima lavorate con l’ascia, poi incurvate e sagomate, in modo che formassero un cerchio di legno e non si lasciasse filtrare una sola goccia di liquido. I coperchi, posti alle due estremità, erano fatti anch'essi di fasce di legno. Per meglio contenere e legare le fasce, l’uttaru, realizzava dei cerchi di ferro che collocava intorno alla botte. L’utilizzazione di tinelle, utticeddre, utti e uttuni era diffusa, oltre che in tutta la Provincia salentina, anche in altre parti d’Italia in quanto tali contenitori permettevano l’esportazione stessa del vino. VANNISCIATURU Un tempo, quando non eravamo bombardati dai mass media come oggi, a divulgare notizie di vario genere ci pensava “lu vannisciaturu”che girando per le vie del paese avvisava le persone su quanto era stato preventivamente predisposto dall’Amministrazione o su fatti che dovevano verificarsi.A volte informava dell’arrivo di nuovi mercanti o della perdita di qualche oggetto ( per lo più di chiavi) da parte di paesani e invitava l’eventuale ritrovatore, a consegnarlo previa ricompensa consistente, di solito, in qualche prodotto dell’agricoltura. ‘MMULA FORBICI  Questo lavoro veniva svolto con un trabiccolo a ruota, molto pesante e ingombrante. La struttura di questo arnese consisteva in una ruota da trainella collegata ad una impalcatura in legno ed un’altra,più piccola, di pietra abrasiva sulla quale si molavano i diversi attrezzi di ferro. Nella fase di “molatura” l’operatore sollevava il trabiccolo su un cavalletto di legno, e dopo aver collegato le due ruote con una cinghia di cuoio, iniziava ad azionare il pedale dando un lento e continuo movimento in modo che le ruote potessero girare. In cima alla ruota vi era collocata una scatola piena di acqua e fornita di un rubinetto,la quale, gocciolando continuamente impediva alla lama di diventare molto calda.Quando il prezzo della bicicletta divenne più accessibile, la mola venne applicata sopra il manubrio e sintonizzata ai pedali. | Nel Salento,tra l’odore del mare ed il respiro del vento c’e ancora l’aria del passato; tra le stradine del centro storico di qualche borgo è infatti ancora possibile scorgere un vecchio pescatore nell’arte dell’impagliare o una vecchia signora seduta a ricamare…
e per un attimo lo sguardo resta sospeso fra passato e presente e l’arte di ieri arrichisce la forza di oggi. 
in foto:tra gli altri Lui: nonno Antonio
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